Site icon Blog di viaggi Enrica in Volo

Storia di una vergogna…

Annunci

Mi piacerebbe che qualche giornalista avesse il coraggio di pubblicare questo appello. Un appello arrabbiato e confuso da una categoria che dovrebbe rappresentare l’eccellenza assoluta del nostro Paese. Il Turismo. Ma che, per qualche strana ragione, non essendo costituito da imprese enormi ma da tanti piccoli pezzi, non fa rumore, non viene ascoltato, viene messo nel cantuccio di quelle imprese che al nostro Presidente del Consiglio evidentemente interessano assai poco.

Tanti piccoli pezzi di un puzzle fanno un disegno enorme. A volte anche bellissimo. Fanno il racconto di quello che nei decenni siamo riusciti a fare: rendere il viaggio uno strumento di evoluzione e di crescita culturale per il nostro paese, raccontando alla gente comune la bellezza del mondo. E lo abbiamo fatto con tanta grazia da far diventare il viaggio uno dei “desiderata” più diffusi tra la gente.

Un tempo viaggiare era cosa per pochi. E pochi sapevano quanto invece sia fondamentale e determinante per aprire la mente, per evolverci, per costruire in ognuno di noi una consapevolezza superiore e durevole. E, nel corso degli anni, abbiamo fatto un lavoro certosino, prendendo per mano gente sperduta, che si approcciava ai viaggi quasi come fossero qualcosa di raro e difficile. Abbiamo fatto si che tutto divenisse più leggero e piacevole, abbiamo rassicurato, abbiamo spiegato. Abbiamo costruito una esperienza ed una cultura specifica che, generosamente e per margini assai bassi, abbiamo sparso in giro, con allegria, con piacere, con emozione. Eravamo tutti sicuri che fosse il nostro futuro. Piccoli imprenditori che delle nostre agenzie avevamo fatto salotti, punti di incontro, luoghi di eventi, di scambio di esperienze. Luoghi che, vi piaccia o no, sapevano di cultura.

E per quanto riguardava invece gli stranieri che si affacciavano al nostro paese, spesso ostacolati dalla nostra stessa burocrazia, avevamo comunque messo passione e fantasia nel prodotto da offrire. Eco turismo, slow food, borghi, eccellenze culinarie e manifatturiere. Ambasciatori di prima classe del nostro paese, lo abbiamo esportato ovunque, creando nei popoli stranieri il mito del viaggio in Italia. E venivano. In tantissimi, sempre di più. E quella gente, oltre a generare quel famoso Pil di cui tanti si sono riempiti la bocca, dava lavoro a tutto il resto: ristoratori, negozi, trasporti… Portavano vita nel nostro Paese. Portavano denaro.

Nei paesi stranieri, alcuni dei quali ancora chiusi al turismo internazionale, non solo si è sostenuto il settore, e lo si è sostenuto concretamente, ogni mese, rispettando i piccoli imprenditori e le loro vite. Ma ci si è mossi da subito per creare campagne internazionali tese a far ricordare le loro bellezze, a rigenerare nei viaggiatori di tutto il mondo la voglia di andare nei loro Paesi. Che, per meravigliosi che possano essere, raramente possono competere con il nostro per completezza e varietà di offerta. Ma questo lo sappiamo tutti. E’ quasi un mantra, che a furia di dirlo, si è però perso il suo vero ed esclusivo valore. L’italia è bella? Si, certo. Ed è una cosa così scontata oramai, che investire, seriamente, nella sua promozione,  nel mantenimento di quelle imprese che la hanno fatta grande turisticamente parlando,  non è certo una delle priorità del nostro Governo.

Abbandonati con una superficialità importante ed imbarazzante. Vi racconto che siamo chiusi, sostanzialmente per decreto da due anni. Che sono 24 mesi che non guadagniamo, che assistiamo impotenti al un terrorismo mediatico sul covid che ha fatto passare qualsiasi voglia di viaggiare a chiunque. Anche quando gli altri paesi, europei e non, hanno iniziato la ripresa, noi, silenti, abbiamo visto distruggere il lavoro di anni di tutto un settore. Fondi stanziati per noi? Ridicoli, insufficienti, e soprattutto solo una volta, a fine 2020. Abbiamo vissuto un 2021 da incubo, dove anche le regioni erano chiuse. E noi eravamo nei nostri uffici a cercare di venire a capo alle spese che, serenamente, continuavano ad andare avanti. Senza sosta, spesso senza sconti.

Per non parlare delle situazioni finanziarie: il Governo ci ha promesso strumenti e sostegni. Per poi darci dei prestiti a breve termine, pensati in un momento in cui il Covid si credeva fosse un breve incidente di percorso. Le banche, finita la moratoria che, distrattamente il Governo non ha considerato, ci stanno assalendo alla giugulare. Per prestiti che, dato il perdurare dell’immobilità di settore, non siamo minimamente in grado di onorare. E non per mancanza di volontà. Per mancanza di denaro.

 Abbiamo emesso voucher ai viaggiatori che impossibilitati a viaggiare, con la promessa del Governo che fosse un sistema per darci liquidità momentanea, e a fronte dei quali ci avrebbero dato fondi da restituire nel tempo. Di fatto, oggi oltre al lavorare pochissimo, quelli di noi più seri, hanno dovuto rendere in viaggi quei voucher, togliendoci quindi anche le pochissime fonti di guadagno che ci eravamo ricostruiti con fantasia ed umiltà. Perché lo strumento del fondo voucher non è mai arrivato.

E per finire un racconto che potrebbe essere dell’orrore, ma che invece, è solo una versione sintetica della realtà, da febbraio hanno iniziato ad arrivare cartelle esattoriali di quei condoni fatti nel precovid, che per ovvie ragioni, non abbiamo potuto continuare ad onorare.

E’ la storia di un omicidio di settore. Di non rispetto e non considerazione. Del girare la testa davanti a quelle piccole ed oneste realtà, che un tempo rappresentavano un orgoglio per il nostro Paese, e che oggi sono probabilmente sacrificabili sull’altare delle multinazionali e del guadagno altrui.

Dico solo una cosa: qualcuno  ha già scelto di togliersi la vita. In tanti hanno chiuso le imprese trovandosi in tarda età a perdere la loro professionalità. In tanti, come me, con l’ultima dignità rimasta, siamo qui a lottare per una attenzione che dovrebbe essere un diritto. E che ci viene ostinatamente negata.

Dico solo una parola: VERGOGNA. E se qualcuno tra voi in alto leggendo queste righe si sente chiamato in causa allora eccoci qui. Pronti a rispondere con lavoro e serietà e dignità. Come abbiamo sempre fatto. Ma se ce ne date l’opportunità che, in teoria, dovrebbe essere un nostro diritto. La nostra Costituzione dice: l’Italia è una repubblica fondata sul LAVORO. Quando però quello stesso Paese si dimentica di tutelarlo quel LAVORO allora mi chiedo: e la nostra Costituzione quanto vale?

Enrica Montanucci

Exit mobile version